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MeTOPOlis
la città del futuro

Topolino meets Fritz Lang

A novant’anni da Metropolis (1927), caposaldo della fantascienza cinematografica, nato dal genio di Fritz Lang e (co)sceneggiato da sua moglie, Thea Von Harbou, autrice del romanzo omonimo, ecco MeTOPOlis, la città del futuro, omaggio del settimanale Topolino (n. 3189, 4/01/2017) al grande cinema. Non si tratta della tradizionale parodia Disney (che sovente abdica non solo al genere delle opere cui si ispira, ma anche al loro spirito intellettuale tutelare). In MeTOPOlis, salvi riadattamenti di trama e sequenze cult, la drammaturgia resta più filosofica che comica, vena rimessa a gag di chiosa anziché centrali.

Il titolo in copertina emula lo stile tipografico aguzzo della locandina del film, sullo sfondo di un tramonto caldo e riconciliante che abbraccia la città futuribile e i suoi protagonisti, in netto contrasto con gli sfondi cupi e freddi che connotano invece le strisce del fumetto, basato su un film in bianco e nero. Oltre il dato che vuole Metropolis nella tutela UNESCO del patrimonio dell’umanità, appunti raffinati sono le note della coppia di autori, Francesco Artibani /sceneggiatore e Paolo Mottura/disegno, i quali sottolineano l’uno la responsabilità di conferire la parola a personaggi di un film muto, l’altro quanto Metropolis sia stato stracitato non solo al cinema, ma anche in videoclip musicali, alludendo in questo incipit al Radio ga ga dei Queen (regia di D. Mallet) e avvalorando il richiamo con un proprio tributo, se nel fumetto come nel videoclip i protagonisti volano tra i grattacieli Langhiani a bordo di una navicella.

Nella chiave disneyana Topolino è Topp Topper (nel ruolo di Freder, di cui Topp rispetta gli abiti – camicia e pantaloni alla zuava bianchi – nonché il tratto fisiognomico della fronte aggrottata, reminiscenza dell’enfasi attoriale espressionista) erede dei fondatori della centrale energetica di MeTOPOlis; Pietro Gamba di legno è Pit Petersen (traslazione di Joh Fredersen). Entrambi replicano la contemplazione, dalla cupola di vetro della giganteggiante torre di babele, del panorama di fitti e geometrici grattacieli, strade trafficate e vertiginosi ponti incrociati.
Minny (capelli biondi e mossi) riveste il doppio ruolo della mitica predicatrice Maria, rapita e sostituita con un sosia – automa, perchè non guidi più la folla di operai verso la pace, bensì verso la rivolta. A lei spetta dapprima di pronunciare la famosa massima “non deve esserci divisione tra la mente che progetta e la mano che crea”, poi una splash page, in cui con postura imponente scatena la distruzione. Blackfang, l’inventore di operai-automi, ha le fattezze di Macchianera, ma con la ripresa dei capelli bianchi e scombinati qual era Rotwang, il cattivo di Metropolis, da cui con buona probabilità discende il Doc di Ritorno al futuro di R. Zemeckis.

Pedissequa è la ripresa dell’opposizione in classi sociali, gli industriali nei quartieri alti dominano la moltidudine di operai, siti nei bassifondi e nei sotterranei, cui presta la maschera Pippo e suoi cloni. All’interno della famigerata fabbrica, lo scenario di lavoro ricalca tetramente il film: dalle grate di cancelli alzati, entrano e escono a testa bassa lunghe file di operai, con la scalinata dritta nella grande bocca di un totem – moloch che fagocita le sue vittime sacrificali e poi le risputa dopo lo scoppio. La complessità del rapporto padrone/operai si stempera nel fil rouge della fiducia tradita e riscattata (Topp si fidava di Petersen; gli operai di Minny; l’amicizia salvifica tra Topp e l’operaio senza nome, ma con solo n. di matricola, monito dell’alienazione meccanizzata) per rendere accessibile la storia al pubblico più giovane, senza sacrificare però la gratificazione dei cinefili attenzionatisi per l’occasione.