interview

Conversazioni animate

Lo stato dell’animazione italiana in 12 interviste

Disegnare il movimento, inventarne i ritmi. Animare, in fondo, è davvero una questione legata al concetto intimo di anima creativa.

Le inclinazioni dell’animo dell’artista si riflettono nei film di animazione, donando fremiti specifici ai personaggi e alle storie. E anche semplicemente parlare di “cartoni animati” risulta, dunque, una questione che ha a che fare con il “peso dell’anima” degli autori, riguardo al quale si possono inanellare disquisizioni infinite che subito si trasformano in… “Conversazioni animate”! È questo il brillante titolo di una altrettanto significativa pubblicazione di Maria Pia Santillo, edita dai tipi di RAUM Italic, che prende le mosse dal concetto di “Nouvelle Vague di cartone”, delineato dal critico Gianni Canova per definire una nuova generazione di realizzatori italiani che si ispirano alla lezione storica di maestri come Bruno Bozzetto e Bruno Munari. Dodici le voci degli animatori in dialogo con Maria Pia Santillo, a partire proprio da Bozzetto, per proseguire con Adriano Vessichelli, Beatrice Pucci, Donato Sansone, Emanuele Kabu, Gianluigi Toccafondo, Magda Guidi & Mara Cerri, Martina Scarpelli, Mauro Carraro, Simone Massi, Valerio Spinelli e Virginia Mori.
ILIT ha fatto una chiacchierata con l’autrice, in attesa di incontrarla, insieme agli editori del libro e alla regista Beatrice Pucci, per “animare” un talk all’imminente Fruit Exhibition di Bologna.

Maria Pia, hai selezionato 12 artisti italiani accomunati da quello che definisci “un approccio pittorico e materico all’animazione”. Che idea ti sei fatta al termine di questa ricognizione? Hai rilevato un particolare fattore specifico che accomuna gli autori (non per forza un tratto estetico o di procedimento operativo, anche solo uno “spirito”)?

C’è grande fermento creativo in questo settore. Stilisticamente ciò che connota l’animazione italiana è la sperimentazione, la commistione di tecniche. Fare animazione diventa un’arte, o meglio, un gioco combinatorio. In effetti “gioco” in latino è “ludus” che è l’etimo di “illusione”, parola strettamente connessa al movimento e quindi all’animazione. Contenutisticamente invece, vengono affrontate tematiche personali, sociali o vengono riadattati cinematograficamente racconti della tradizione orale italiana. Ogni storia viene raccontata con una tecnica differente e questo è bello perché non ghettizza il lavoro dei registi.
A questo fermento creativo corrisponde un crescente fermento produttivo. Parlo dunque, di società di produzione indipendenti – la Withstand ad esempio – che (co)producono e distribuiscono cortometraggi bellissimi. Credo che anche il pubblico, soprattutto grazie alle pubblicità e ai video musicali realizzati da registi come questi, stia “educando il proprio occhio” e stia iniziando a comprendere che oltre all’animazione commerciale (quella che procede un po’ come una “catena di montaggio”), esiste anche un’altra via.

Pur trattandosi di soggetti indipendenti, si influenzano reciprocamente… possiamo dunque immaginare che questa “Nouvelle Vague di cartone” sia l’espressione di un processo che conduce ad una “scuola italiana” del cinema d’animazione? Oppure – in linea con l’idea di Simone Massi e del suo festival Animavì – il filo conduttore di queste esperienze trascende i confini e si delinea più nitido intorno ad una particolare idea di cinema (che vede nell’approccio artigianale il fulcro stesso del gesto artistico e il modo adeguato di tradurre l’intuizione poetica)?

Sono d’accordo con Simone. Non si tratta di una “scuola italiana” del cinema d’animazione: la parola “scuola” irretisce, perimetra… Parlerei piuttosto di un nuovo sguardo. A tal proposito trovo illuminanti e attuali le parole di Alberto Grifi sul cinema sperimentale: «Il linguaggio del cinema sperimentale si proponeva di rifondare un modo di guardare. E quindi rifondarne anche i significati. Creare la sintassi di un occhio, di uno sguardo più penetrante. Anche se a livello simbolico». Ecco, credo valga lo stesso per il cinema d’animazione autoriale di cui mi sono occupata nel libro. Non esiste un Manifesto della “Nouvelle Vague di cartone”… ma queste parole di Grifi potrebbero quasi fungere da tacita dichiarazione d’intenti dei registi con cui ho conversato.

La casa editrice del libro è di Berlino…

La casa editrice è la RAUM Italic di Barbara Gizzi e Marco Ghidelli.
Il libro è distribuito in Italia da Corraini e al momento ne esiste soltanto un’edizione italiana. Scrissi alla RAUM Italic dopo aver letto “Satie: appunti e nostalgie” di Gian Nicola Vessia, illustrato da Federico Maggioni, edito dalla RAUM. Mi piacquero il libro e il progetto grafico. Decisi di mandare una e-mail: era la prima casa editrice estera che contattavo. In quel periodo ero molto scoraggiata perché avevo provato per circa due mesi con case editrici italiane. Tutte trovavano le conversazioni molto interessanti ma nessuna accettava di pubblicarle. Credo fosse soprattutto per l’argomento trattato. La RAUM Italic mi disse subito sì. Per sei mesi abbiamo collaborato molto bene. Io in Italia e loro in Germania.
Barbara e Marco mi hanno coinvolto in qualsiasi decisione, senza mai imporre le loro idee.

Anche a partire da discorsi fatti con i 12 intervistati e dalla tua scelta di fornire il codice QR: che tipo si svolta rappresenta Internet per chi fa e per chi fruisce cinema d’animazione?

Partendo dalla mia esperienza personale, Internet è stato fondamentale. Come scrivo anche nell’introduzione di “Conversazioni animate”, il mio approccio all’animazione non è stato accademico ma percettivo. La ricerca sul web e la visione domestica dei cortometraggi mi hanno permesso di creare una mia grammatica animata. YouTube e Vimeo sono stati i due canali principali di “apprendimento”: il sistema di video-correlati su YouTube mi ha fatto scoprire vere e proprie chicche non solo italiane. Appuntavo tutto su un quaderno e facevo le mie associazioni, creavo playlist tematiche e non, mi ponevo domande. Probabilmente se avessi seguito un percorso più “canonico” non avrei avuto tutti questi stimoli. Con Bruno Bozzetto ho parlato dell’importanza del web per chi fa animazione e lui mi ha confermato che è la principale occasione di sperimentazione per i registi. Penso a quello che Donato Sansone posta quasi quotidianamente su Instagram, YouTube… e lo stesso fanno Emanuele Kabu e Martina Scarpelli su Tumblr: esperimenti brevi ma utili per lo “spettatore” perché gli permettono di partecipare (quasi inconsapevolmente) al processo di creazione di un’idea o di una tecnica. In questo modo tra lo spettatore e il regista c’è un flusso continuo. Una estemporaneità marcata. Poi, tra i registi che ho intervistato vi è anche chi, come Gianluigi Toccafondo, non ha molta familiarità con il web e con i social… nel libro, con lui, ho parlato anche di questo aspetto. In generale sono d’accordo con Bozzetto quando afferma che il web ha consentito all’animazione, da una parte, di smarcarsi dalla posizione “subalterna” a cui era confinata e dall’altra, ha permesso ai registi di far conoscere meglio il loro lavoro non solo in Italia.